bdsm
L' ingegnere
Kimboy74
06.03.2026 |
797 |
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Mukumai mi tirò via dalla bocca con un pop umido, ansimante e rosso in viso per l'eccitazione..."
La disoccupazione aveva colpito duro, come un pugno nello stomaco che non lasciava respiro. Io, Gennaro, ingegnere nucleare con anni di esperienza in reattori e calcoli complessi, mi ritrovavo a sfogliare annunci di lavoro umilianti, pregando per qualsiasi cosa che pagasse le bollette. La mia vita, un tempo stabile e rispettata, si era ridotta a un appartamento angusto e debiti che crescevano come erbacce. Quando un'agenzia di collocamento mi contattò per un posto da cuoco su uno yacht privato, per un mese di navigazione con un compenso di 10.000 euro, non esitai. Non ero un cuoco professionista, ma avevo imparato qualche ricetta da mia madre e pensavo che bastasse. 'È un'opportunità d'oro per un disoccupato come te,' mi dissero. L'imbarcazione era ancorata in un porto remoto della costa africana, un paradiso tropicale che nascondeva pericoli che non potevo immaginare. Firmai il contratto senza leggere i dettagli, accecato dai soldi che promettevano salvezza.Il viaggio iniziò all'alba, con il sole che tingeva l'orizzonte di rosa e arancione. Salii a bordo con una valigia leggera, l'unico bianco tra un equipaggio di uomini africani muscolosi, alti e silenziosi, che mi guardavano con occhi curiosi ma distanti. Parlavano lingue gutturali, forse swahili o qualcosa di simile, e il mio italiano non serviva a nulla. Lo yacht era un mostro di lusso: ponti lucidati, piscine infinity e cabine che sembravano suite d'albergo. Ma il padrone, Mukumai, era descritto come eccentrico, un uomo d'affari miliardario con origini africane, alto due metri e con un temperamento imprevedibile. Non mi preoccupai: ero lì per lavorare, cucinare e incassare.
Il primo giorno, il sole picchiava impietoso sul ponte, il calore umido che mi incollava la camicia alla pelle. Mi diressi in cucina, un ambiente high-tech con forni professionali e pentole di rame, pronto a impressionare. L'aria era satura di salsedine e spezie esotiche. Stavo sistemando gli ingredienti quando la porta si aprì con un tonfo. Mukumai entrò nudo, il suo corpo imponente che riempiva lo spazio come una statua vivente. Due metri di muscoli scolpiti, pelle nera lucida di sudore, e tra le cosce poderose, un cazzo enorme che oscillava libero, semi-eretto e venoso, una vista che mi fece arrossire e distogliere lo sguardo. I suoi occhi scuri mi trafissero, e la voce profonda, rimbombante come un tuono lontano, riempì la stanza: 'Cucina Katarina Kumba al forno. Subito.'
Non avevo idea di cosa fosse. Katarina Kumba? Un piatto locale? Un ingrediente esotico? Provai a chiedere, balbettando in un inglese stentato: 'Scusi, signore, cos'è esattamente? Non l'ho mai sentita...' Ma lui mi interruppe con una risata gutturale, le labbra carnose che si stiravano in un ghigno. 'Non sai cucinare? Sei salito su mia barca per fare il turista, puttana bianca?' Il suo accento era pesante, ma le parole taglienti come lame. Chiamò le guardie con un fischio acuto, e due colossi neri, quasi alti quanto lui, irruppero nella cucina. Le loro mani enormi mi afferrarono le braccia, stringendo fino a far male, e mi trascinarono fuori sul ponte principale. L'equipaggio si radunò, ridendo e indicando, mentre il mio cuore martellava nel petto. 'Aspettate! Posso imparare! Non mandatemi via!' gridai, ma le mie parole si persero nel vento salmastro.
Mi spogliarono con una violenza brutale. Uno delle guardie strappò la camicia, i bottoni che volavano via come proiettili, mentre l'altro mi calava i pantaloni fino alle caviglie, esponendo il mio corpo pallido e non atletico al sole cocente. Ero nudo, vulnerabile, la mia pelle chiara che bruciava già sotto i raggi. Mi misero un collare di cuoio grezzo intorno al collo, stretto quanto bastava per ricordarmi la mia sottomissione, attaccato a una catena pesante di ferro che tintinnava a ogni movimento. L'aria marina mi accarezzava la pelle, ma non c'era conforto: solo umiliazione. Una delle guardie, con un ghigno sadico che mostrava denti bianchi e affilati, si chinò verso di me e ringhiò in un inglese spezzato: 'Ora, tu obbedisci padrone. Sempre sì. Altrimenti, frustate. Molte frustate. Questa notte, padrone insegna a figlio usare frusta su puttana come te. Magari solo frusta, non incula. Ma io penso incula forte. Tu animale ora. Non parli senza permesso. Non cammini eretto. Striscia come cagna. E non caghi o piscia senza ordine, capito?'
Non ebbi tempo di rispondere. L'altra guardia prese un tubo di vasellina dalla tasca, me la spalmò sulle natiche con dita ruvide e invasive, aprendo il mio culo senza delicatezza. Sentii il freddo del lubrificante contro il calore del sole, e poi la pressione: spinse dentro un dildo spesso e lungo, nero e rigido, lubrificato appena quanto bastava per entrare. Gemetti di dolore mentre mi dilatava, il bruciore che si irradiava dalle viscere, la sensazione di pienezza aliena che mi faceva tremare le gambe. La coda pelosa spuntava fuori dal mio retto, oscillando come quella di un cane o di un animale da compagnia, un marchio di degradazione totale. 'Cammina, cagna,' ordinò la guardia, tirando la catena con uno strattone. Caddi in ginocchio sul ponte rovente, il dildo che si spostava dentro di me a ogni passo strisciante, premendo contro pareti sensibili e facendomi ansimare. Mukumai osservava dalla tolda superiore, il suo cazzo che si induriva piano, gonfiandosi fino a diventare un'arma mostruosa, puntato verso di me come una minaccia.
Mi trascinarono in giro per la barca, la catena che raspava contro il legno lucido, mentre l'equipaggio fischiava e applaudiva. 'Buona puttana bianca!' commentò una guardia, schiaffeggiandomi il culo con una mano aperta, facendo sobbalzare il dildo e strappandomi un gemito involontario. Il pomeriggio si trasformò in un'agonia lenta: legato a un palo sul ponte di prua, esposto al vento salmastro che mi seccava la pelle, costretto a strisciare per bere acqua da una ciotola di metallo posta a terra. Ogni sorso era umiliante, la lingua che lambiva il bordo mentre il dildo mi pulsava dentro, un misto di dolore sordo e una strana, indesiderata pienezza che mi confondeva la mente. Il sole tramontava piano, tingendo il mare di sfumature arancioni e viola, ma il mio corpo non trovava sollievo. Sudavo, tremavo, e il mio buco si contraeva intorno all'intruso, abituandosi piano al suo ritmo crudele.
Quando la notte calò, avvolgendo lo yacht in un velo di oscurità punteggiato da luci soffuse, mi portarono nella cabina principale. Era un antro di lusso perverso: pareti rivestite di mogano, un letto king-size con lenzuola di seta nera, catene d'acciaio fissate alle travi del soffitto e fruste di cuoio appese come trofei di caccia. L'aria era densa di incenso e sudore maschile. Mi legarono carponi sul pavimento, le ginocchia che sfregavano contro il tappeto spesso, la catena del collare fissata a un gancio robusto che mi teneva la testa bassa. Il culo era in aria, esposto e vulnerabile, la coda del dildo che dondolava piano al ritmo del mio respiro affannoso. 'Aspetta qui, animale,' disse una guardia, dandomi una pacca decisa sul dildo che mi fece inarcare la schiena e ansitare forte. 'Padrone prepara cena con equipaggio. Tu non muovi un muscolo. Se piscia senza permesso, lecca tutto dal pavimento. E non toccare coda – è per divertimento nostro.'
Ore di attesa tormentosa. Il mio corpo si irrigidì, i muscoli che urlavano per il dolore della posizione, il dildo che mi riempiva incessantemente, premendo contro la prostata e mandando scintille confuse di sensazione. Sentivo voci lontane dal ponte: risate roche, il tintinnio di bicchieri, l'odore di carne alla griglia che mi faceva brontolare lo stomaco vuoto. Pensavo alla mia vita precedente, alla sicurezza persa, ai 10.000 euro che sembravano ora un patto col diavolo. Ma non c'era scampo: la barca solcava l'oceano infinito, e io ero solo.
Passi pesanti echeggiarono nel corridoio, e la porta si aprì con un cigolio. Mukumai entrò, il suo corpo massiccio che proiettava ombre lunghe, accompagnato da suo figlio, un ragazzo di diciotto anni atletico e snello, con la pelle scura ereditata dal padre e occhi pieni di curiosità maliziosa. Indossava pantaloni larghi, ma il rigonfiamento sul davanti tradiva la sua eccitazione. 'Figlio mio,' annunciò Mukumai con voce tonante, afferrando una frusta di cuoio intrecciato dalla parete, 'guarda questa puttana bianca che abbiamo preso. È il tuo primo allievo per la frusta. Impara bene: colpisci forte, fai urlare, e godi del potere.' Il figlio annuì, prendendo l'arma con mani tremanti ma determinate, le code della frusta che fendevano l'aria con un sibilo promettente.
Il primo colpo arrivò sulle natiche, un'esplosione di dolore che mi strappò un urlo acuto, la pelle che si arrossava all'istante sotto il segno rosso. Il dildo amplificò tutto, spostandosi dentro di me e mandando ondate di bruciore misto a un calore indesiderato. 'Più forte, ragazzo!' incitò Mukumai, ridendo mentre slacciava i pantaloni. Il suo cazzo balzò fuori, enorme e pulsante, la cappella gonfia che gocciolava pre-sborra. Mi afferrò per i capelli sudati, tirandomi la testa su. 'Succhia, cagna, mentre lui ti educa.' Aprii la bocca controvoglia, le lacrime che mi rigavano il viso, e ingoiai la cappella salata e calda. Spinse dentro senza pietà, scopandomi la gola con spinte ritmiche, il suo sapore muschiato che mi riempiva i sensi. Tossivo, soffocavo, il naso premuto contro il suo pube peloso, ma lui non rallentava, grugnendo di piacere profondo.
Il figlio frustava senza sosta: il secondo colpo sulla schiena, facendomi inarcare; il terzo sulle cosce, lasciando strisce infuocate che mi facevano contrarre i muscoli. Ogni impatto mandava vibrazioni attraverso il dildo, trasformando il dolore in un caos sensoriale. Le guardie entrarono nella cabina, chiudendo la porta dietro di sé, i loro corpi sudati che emanavano odore di mascolinità. Una palpò le mie palle strette e contratte, strizzandole piano mentre rideva: 'Guarda come trema, padrone. Vuole di più.' L'altra si inginocchiò dietro di me, lubrificando il mio buco intorno al dildo con altra vasellina fredda, le dita che scivolavano dentro e fuori, dilatandomi ulteriormente. 'Stasera, padrone ti incula per primo,' sussurrò all'orecchio, il fiato caldo. 'Poi figlio prova. E noi usiamo bocca e culo tutta la notte. Un mese intero di questo, puttana. 10.000 euro per ogni schiaffo, ogni sborrata, ogni lacrima.'
Mukumai mi tirò via dalla bocca con un pop umido, ansimante e rosso in viso per l'eccitazione. Mi girò di scatto, strappando il dildo dal mio retto con un suono bagnato e osceno, lasciando il buco aperto, pulsante e vuoto per un istante. Senza esitare, allineò il suo cazzo enorme e lo spinse dentro con un colpo secco, squarciandomi le viscere. Urlai, un suono strozzato e disperato, ma lui mi tappò la bocca con la mano enorme, le dita che premevano sulle labbra. Iniziò a pompare selvaggiamente, il suo bacino che sbatteva contro le mie natiche arrossate, ogni affondo che mi riempiva fino in fondo, stirando i muscoli oltre il limite. Il figlio continuò a frustare, colpendo le spalle e le cosce, il cuoio che fischiava e mordeva la pelle, lasciando segni che bruciavano come fuoco.
Le guardie si unirono al caos, masturbandosi vicine a me, i loro cazzi duri e venosi che gocciolavano pre-sborra sul mio viso e sulla schiena. Uno schizzò sul mio collo, il liquido caldo che colava lungo la catena; l'altro mi strizzò le palle mentre Mukumai mi scopava senza sosta. Il mio corpo tradì, contraendosi intorno all'invasore in spasmi involontari, un misto di dolore lancinante e piacere forzato che mi faceva piangere più forte. 'Stringi i muscoli, cagna!' ordinò Mukumai, accelerando il ritmo, il sudore che gli colava dal petto sul mio dorso. Il figlio, eccitato dallo spettacolo, frustò più forte, colpendo le cosce fino a farle sanguinare leggermente.
Quando Mukumai venne, fu un'eruzione violenta: il suo cazzo pulsò dentro di me, inondandomi di seme bollente e denso che traboccava lungo le cosce, mescolandosi al sudore e al sangue. Grugnì come un animale, spingendo un'ultima volta in fondo, prima di ritirarsi con un suono bagnato. Mi lasciò lì, ansimante e rotto, il corpo tremante sul pavimento, la catena ancora stretta al collare. Il figlio e le guardie continuarono per un po', uno dopo l'altro: il ragazzo mi costrinse a succhiare il suo cazzo giovane e rigido, venendo in bocca con un gemito sorpreso, mentre una guardia mi penetrò il culo già lubrificato e pieno, pompendomi fino a eiaculare dentro. L'altra usò la mia bocca, schiaffeggiandomi il viso tra una spinta e l'altra.
La notte si trasformò in un turbine di abusi: frustate alternate a penetrazioni, mani che palpavano ogni centimetro del mio corpo, risate che echeggiavano nelle pareti. Esausto, coperto di lividi, seme e sudore, crollai quando finalmente mi slegarono, ma la catena rimase al collo come promemoria. Mukumai, soddisfatto e rilassato, accarezzò la testa del figlio: 'Hai imparato bene, ragazzo. Domani, questa puttana cucina Katarina Kumba – o qualunque cosa io dica. Se sbaglia, frusta di nuovo, e culo aperto per tutto l'equipaggio.' Il figlio annuì, gli occhi brillanti di nuova lussuria, mentre le guardie mi trascinavano in un angolo per legarmi di nuovo.
Capii in quel momento che il mese sarebbe stato un calvario infinito di umiliazioni e violenze. La riva era un ricordo lontano, i 10.000 euro un'ancora falsa che mi teneva incatenato più della catena stessa. Il mio corpo, marchiato e pieno di seme, non aveva scampo: ero la loro puttana bianca, e il viaggio era solo all'inizio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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